DOTTRINA – LA DISCIPLINA PENALE DELLA TUTELA DEGLI ANIMALI. A cura di Vittorio Misiti e Marilisa Onorati, in Nuova Temi Ciociara , anno XVI – Numero 31 – 2018.

Nonostante le numerose istanze provenienti dall’opinione pubblica, oggetto anche di varie campagne di sensibilizzazione, la tutela penale del sentimento degli animali è stata garantita in modo organico solo dalla legge 20 luglio 2004, n. 189. Fino alla entrata in vigore di detta legge la tutela penale degli animali era affidata alla previsione normativa ex art. 727 c.p. (Maltrattamento degli animali), rubricato al Capo II, sez. I (delle contravvenzioni concernenti la polizia dei costumi). Dall’inquadramento normativo nel corpo del codice penale si evince la mancanza di qualsiasi sensibilità del legislatore a garantire in modo autonomo ed organico la tutela degli animali. L’altra norma in materia, esistente prima della citata riforma, era l’art. 638 c.p., tutt’ora vigente, inserito nel Capo I del Titolo XIII del codice penale. Anche in questo caso, l’inquadramento in detto capo, intitolato “Dei delitti contro il patrimonio mediante violenza alle cose e alle persone” denota l’intento del legislatore di considerare l’uccisione di un animale non in quanto tale, ma come danno provocato al padrone del medesimo. La legge 189/04 ha introdotto un apposito Titolo, il IX bis, rubricato “ Dei delitti contro il sentimento degli animali”, recependo così la volontà comune diretta al riconoscimento di una tutela penale degli animali in quanto tali.

L’articolo 1 della legge ha introdotto quattro fattispecie delittuose che disciplinano rispettivamente: l’uccisione di animali (art. 544 bis c.p.), il maltrattamento di animali (art. 544 ter c.p.), gli spettacoli o manifestazioni vietate (art. 544 quater c.p.) e il divieto di combattimento tra animali (art. 544 quinquies c.p.). Queste fattispecie si pongono in soluzione di rottura rispetto a quella contemplata dall’art. 727 c.p., sia con riferimento al bene protetto, sia con riferimento alla condotta. I giudici della Suprema Corte hanno, peraltro, precisato che la fattispecie contravvenzionale dell’art. 727 c.p. punisce il solo abbandono degli animali ed è norma più favorevole rispetto alle altre fattispecie che configurano ipotesi delittuose (Cass., sez. III, 24 ottobre 2007, n. 44822). Caratteristica comune alle quattro ipotesi delittuose è l’ampia tutela offerta dalle norme attraverso l’utilizzo del termine “animale” che, secondo una costante giurisprudenza, comprende ogni specie animale, senza distinzione tra animali d’affezione e animali non d’affezione, vertebrati e invertebrati. Di conseguenza, la condotta tenuta da alcuni ristoratori consistente nel tenere le aragoste vive nel ghiaccio è stata più volte qualificata come reato di maltrattamento di animali (Decreto penale 06/11/6 della Procura di Milano, Trib. pen. di Vicenza sent. n. 270/06). L’art. 2 della medesima legge ha, invece, un ambito applicativo più ristretto in quanto tutela in modo specifico cani e gatti, vietando l’utilizzo degli stessi per la produzione, il confezionamento delle pellicce, capi d’abbigliamento o articoli di pelletteria e vietando, anche, l’introduzione nel territorio italiano di detti derivati realizzati all’estero. Altra disciplina degna di nota è contenuta nell’art. 4 della L. 4 novembre 2010, n. 201. Tale legge ha dato attuazione alla Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia, disciplinando il reato di “Traffico illecito di animali da compagnia”.

La legge 189/04 e le modifiche del codice penale.

La legge in esame ha introdotto una prima ipotesi delittuosa disciplinata dall’art. 544 bis c.p. (“Uccisione di animali”). Tale norma punisce la condotta di chi, senza necessità o per crudeltà, cagiona la morte di un animale. Affinché si realizzi la fattispecie delittuosa è pertanto necessaria la presenza di due requisiti di illiceità speciale che debbono essere analizzati separatamente: la crudeltà e l’assenza di necessità. Per quanto attiene al concetto di “crudeltà” è sufficiente fare riferimento alla vecchia giurisprudenza dell’art. 727 c.p., cosicché si intende per condotta “crudele” non solo una condotta truce consistente nel provare compiacimento nell’atto di infierire sull’animale, ma anche una semplice insensibilità ed indifferenza nel veder morire di sofferenze un animale e non fare nulla per impedirlo. Una recentissima sentenza ha condannato un cacciatore per aver cagionato la morte di un cinghiale agendo con crudeltà, in quanto l’imputato ha prima abbagliato l’animale, poi lo ha investito ed infine lo ha colpito con un coltello (Cass., sez. III, 19 luglio 2017, n. 35536).

Quanto al concetto di “senza necessità” , occorre far riferimento al concetto di necessità sia in relazione all’art. 54 c.p. (“Stato di necessità”), sia ad ogni altra situazione che induca all’uccisione dell’animale per evitare un pericolo imminente a sé o per impedire l’aggravamento di un danno alla persona propria o altrui o ai propri beni, quando, tale danno, l’agente ritenga altrimenti inevitabile. Il giudice è pertanto chiamato a valutare di volta in volta, sulla base del caso concreto, se si possa rinvenire una effettiva e non superabile situazione di necessità. Recente la sentenza della Suprema Corte che ha stabilito l’impossibilità di invocare la presenza di tale scriminante nel caso di uccisione di un cane di piccola taglia poiché, nel caso di specie, non era possibile ritenere che lo stesso fosse in grado di aggredire il gregge ben protetto dalla presenza di altri cani nonché del pastore (Cass. sez. III., 27 luglio 2017, n. 37426).

Il reato di uccisione di animali è un reato a forma libera e la condotta può essere di tipo sia commissivo che omissivo; è, dunque, possibile commettere tale reato anche lasciando morire di inedia il proprio animale, ovvero investendo per caso un animale altrui e, successivamente, impedendo, volontariamente, al proprietario di poter soccorrere l’animale stesso. Il reato si perfeziona con il verificarsi dell’evento morte, pertanto è configurabile anche nella forma di delitto tentato. L’elemento soggettivo richiesto affinché si configuri la fattispecie è quello del dolo, che può essere generico, nel caso in cui l’animale venga ucciso senza necessità, ovvero, specifico, nel caso in cui la condotta sia posta in essere con crudeltà. Non è, invece, punito chi uccide un animale per colpa, ad esempio investendolo mentre è alla guida della propria vettura, e non potendo fare altrimenti per evitarlo (Cass., sez. III, 9 giugno 2011, n. 29543).

La previsione normativa disciplinata dall’art. 544 bis c.p. si differenzia da quella disciplinata dall’art. 638 c.p. perché quest’ultimo articolo disciplina l’uccisione o il danneggiamento di animali altrui presupponendo, quale elemento costitutivo del reato stesso, la consapevolezza, in capo all’agente, dell’appartenenza dell’animale ad un altro soggetto. Muta inoltre la diversità del bene oggetto di tutela poiché mentre la fattispecie di cui all’art. 544 bis c.p. tutela il sentimento per gli animali, quella di cui all’art. 638 c.p. tutela, invece, la proprietà privata dell’animale, tanto da essere inserita nel titolo XIII del codice penale, rubricato “Delitti contro il patrimonio”. Il reato di uccisione o danneggiamento di animali altrui ex art. 638 c.p. si contraddistingue inoltre dalle altre ipotesi delittuose introdotte dalla legge 189/04 poiché, fatta salva l’aggravante specifica di cui al 2° comma, è procedibile esclusivamente a querela di parte. La fattispecie prevede, così come nel caso del delitto di uccisione di animali, che il fatto venga commesso senza necessità, potendosi richiamare la nozione di cui sopra per comprendere il concetto di “necessità” voluto dal legislatore.

L’art. 544 ter c.p., (“Maltrattamento di animali”) punisce la condotta di colui che, senza necessità o per crudeltà, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche. Lo stesso articolo, al secondo comma, sanziona la condotta di chi somministra ad animali sostanze stupefacenti vietate, ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. Se dalle condotte sopra descritte deriva la morte dell’animale la pena è aumentata con una sanzione più grave e, quindi, si appalesa come circostanza aggravante specifica. È tuttavia necessario che l’evento morte sia conseguenza non preveduta da parte dell’agente, altrimenti la condotta rientra nella previsione dell’art. 544 bis c.p. Affinché si perfezioni il reato di cui all’art. 544 ter c.p. è sufficiente che l’agente ponga in essere una delle condotte descritte dalla norma; non è necessario il requisito della crudeltà ovvero dell’assenza di necessità. Tali ultimi elementi assumono rilievo solo nel caso in cui l’agente provochi delle lesioni all’animale (Cass., sez. III, 29 luglio 2013, n. 32837). La Suprema Corte ha, inoltre, precisato che non occorre che siano provocate delle lesioni fisiche vere e proprie essendo sufficiente che l’azione induca sofferenza agli animali poiché la ratio della norma è quella di tutelare gli animali in quanto “senzienti”, e, cioè, in grado di provare dolore (Cass., sez. III, 16/10/2003, n. 46291; Trib. Pen. Torino 25.10.2006).

Ai fini del significato da attribuire alle parole “comportamenti insopportabili” il giudice deve valutare se il comportamento, posto in essere dall’agente, risulti insopportabile per la specie di riferimento, sulla base dei bisogni della stessa e della sua eziologia, come ricostruito dalle scienze naturali. Elemento soggettivo del reato è il dolo generico, ovvero il dolo specifico lì dove ricorra l’elemento specializzante della crudeltà. Diversa è invece l’opinione della giurisprudenza quanto all’utilizzo del collare elettronico: quando l’impiego del collare elettrico è finalizzato all’addestramento, il suo utilizzo configura l’ipotesi contravvenzionale prevista e punita dall’art. 727 c.p. secondo comma, ove si prevede una sanzione per coloro che tengano gli animali in condizioni incompatibili per la loro natura e produttive di gravi sofferenze, e ciò, nel caso di specie, avviene in quanto tale forma di addestramento risulta essere dolorosa e incidente sulla integrità psicofisica dell’animale (Cass., sez. III, 17 settembre 2013, n. 38034). Diversamente, integra il reato di cui all’art. 544 ter c.p. l’uso del collare elettrico con emissioni antiabbaio, utilizzato al solo fine di impedire al cane di abbaiare, in quanto detta condotta sottopone l’animale a condizioni tali da renderlo soggetto ad insostenibili fatiche che ben potrebbero condurlo all’incrudelimento o comunque a condizioni diametralmente opposte alle sue caratteristiche etologiche (Cass., sez. III, 20 dicembre 2002, n. 43230).

L’art. 544 quater c.p. (Spettacoli o manifestazioni vietati) punisce colui che organizza o promuove manifestazioni o spettacoli che comportino sevizie o strazio per gli animali, prevedendo una aggravante specifica nel caso in cui il fatto venga commesso al fine di trarne profitto, o in relazione a scommesse clandestine, ovvero se dallo stesso derivi la morte dell’animale. Allo stesso modo l’art. 544 quinquies c.p. (Divieto di combattimenti tra animali) punisce colui il quale organizza, promuove o dirige combattimenti o competizioni non autorizzate tra animali, che possano metterne in pericolo l’integrità fisica dei medesimi. Tale norma richiede che il giudice valuti ex ante la possibilità che si possa mettere in pericolo l’integrità dell’animale in relazione alle peculiarità della gara e alle modalità con cui si svolge, avuto riguardo dei servizi offerti atti a prevenire o a diminuire il rischio per gli animali che vi partecipano. La legge 189/04 ha, altresì, modificato l’art. 727 c.p. La norma, pur conservando la natura contravvenzionale, punisce, nella nuova versione, al primo comma, la condotta di chi abbandona gli animali domestici o quelli che abbiano ormai acquisito l’abitudine alla cattività, equiparando, così, gli animali c.d. “d’affezione”, agli animali selvatici od esotici che, essendo stati tenuti in cattività, abbiano perso l’abitudine a sopravvivere da soli. Il secondo comma, invece, punisce la condotta di chi detiene gli animali in condizioni incompatibili con la loro natura, con riferimento, secondo la Suprema Corte, ad una condotta che, seppur non accompagnata dalla volontà di infierire, incida senza giustificazione sulla sensibilità dell’animale producendogli dolore (Cass., sez. III, 14 marzo 1990). Pertanto, ai fini dell’applicazione di tale norma, appaiono rilevanti anche le alterazioni che incidono sulla psiche dell’animale, poiché i giudici di legittimità ritengono, ormai in modo pacifico, che anche gli animali, in quanto esseri senzienti, sono suscettibili di simili menomazioni (Cass., sez. III, 24 gennaio 2006, n. 2774). Il reato di cui all’art. 727 c.p. è punito sia che la condotta venga posta in essere con dolo, sia con colpa, infatti con un’importante sentenza la Corte di Cassazione ha stabilito che “la detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenza può sicuramente essere ascritta anche a condotte colpose dell’agente in una delle connotazioni dell’art. 43 c.p.”, cassando così una pronuncia di merito che aveva ritenuto non integrare la contravvenzione prevista e punita dall’art. 727 c.p. il trasporto di cani in condizioni incompatibili, mancando il requisito del dolo (Cass., sez. III, 26 aprile 2005, n 21744).

Nei delitti previsti ex artt. 544 ter, 544 quater, 544 quiquies c.p., è sempre ordinata la confisca dell’animale, salvo che appartenga ad un terzo estraneo al reato. In ogni caso l’animale non rileva come corpo del reato o cosa ad esso pertinente, ma solo quale essere dotato di una propria sensibilità, pertanto la confisca può avere ad oggetto solo l’animale maltrattato e non anche cuccioli eventualmente nati da questo Infine, per quanto riguarda tutti i reati inseriti dal Titolo IX bis, possono esercitare i diritti e le facoltà attribuiti alle persone offese solo gli enti e le associazioni ai quali, anteriormente alla commissione del fatto, siano stati riconosciuti le finalità di tutela degli interessi lesi dal reati secondo una procedura stabilita con Decreto del Ministero della Salute.

La legge 201/10.

Un’altra significativa tutela per gli animali è prevista dalla legge 201/2010. Detta normativa è stata adottata in attuazione della “Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia”. Obiettivo della Convenzione (c.d. Convenzione di Strasburgo) è quello di creare un indirizzo normativo in ambito comunitario tale da escludere traumi ed ogni possibilità di stress psico-fisico che gli animali possono subire durante il trasporto. Si prescrive, così, che i contenitori nei quali i cuccioli sono trasportati devono essere di materiale lavabile e disinfettabile, nonché di dimensioni appropriate per l’animale, devono consentire un adeguato apporto d’aria, ma al tempo stesso non esporre l’animale a correnti; inoltre si prevede che la temperatura debba essere né troppo alta né troppo bassa, e che il fondo sia antisdrucciolo così da impedire il rovesciarsi della ciotola del cibo e dell’acqua. Parimenti si prevede che i cuccioli siano muniti delle necessarie certificazioni sanitarie e che siano muniti di passaporto individuale, ove richiesto. L’art. 4 della legge 201/10 prevede il reato di “Traffico illecito di animali da compagnia”.

La norma, al primo comma, punisce chi, reiteratamente o tramite attività organizzate, al fine di trarne profitto, introduce nel territorio nazionale animali di compagnia privi di sistemi per l’identificazione individuale e delle necessarie certificazioni sanitarie e non muniti, ove richiesto, di passaporto individuale. Il secondo comma prevede la responsabilità penale di chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, trasporta, cede o riceve a qualunque titolo animali da compagnia. Il bene giuridico tutelato è il sentimento umano di pietà, rispetto e compartecipazione emotiva per gli animali e l’ambito di applicazione della norma è ristretto a quelli che sono gli “animali da compagnia” di cui all’allegato I, lettera A, del regolamento CE n. 998/2003 del Parlamento Europeo e del Consiglio. Tale fattispecie si realizza spesso in concorso con il reato di maltrattamento di animali poiché questi ultimi, nella maggior parte cuccioli, vengono trasportati in Italia in condizioni deprecabili (per lo più dai Paesi dell’Est Europa), condizioni che mettono a rischio la loro salute e che non rispettano in alcun modo la normativa europea.

Per quanto attiene alla fattispecie delittuosa indicata nel primo comma, le pene sono aumentate se i cuccioli hanno un’età accertata inferiore a dodici settimane, o se provengono da zone sottoposte a misure restrittive di polizia veterinaria adottate per contrastare la diffusione di malattie trasmissibili, proprie della specie. Entrambe le ipotesi delittuose configurano dei reati comuni e per entrambe è sempre prevista la confisca dell’animale, salvo questo appartenga ad un terzo estraneo al reato. Gli animali oggetto di sequestro o confisca vengono affidati alle associazioni o agli enti indicati nel decreto del Ministero della Salute.

La legge 7 febbraio 1992, n. 150.

La legge 7 febbraio 1992, n. 150 disciplina i reati relativi all’applicazione in Italia della Convenzione sul Commercio internazionale delle specie animali e vegetali in via di estinzione, firmata a Washington il 3 marzo 1973, nonché le norme per la commercializzazione e la detenzione di esemplari vivi di mammiferi e rettili che possono costituire pericolo per la salute e la incolumità pubblica. Secondo la legge suddetta è fatto divieto a chiunque di detenere esemplari di mammiferi e rettili di specie selvatica o provenienti da riproduzioni in cattività che possano costituire un pericolo per la salute e l’incolumità pubblica.

Le specie considerate pericolose sono individuate mediante dei criteri indicati da un decreto del Ministro dell’Ambiente, di concerto con il Ministro dell’Interno, con il Ministro della Sanità e con il Ministro delle Politiche Agricole. Tra tali specie sono contemplati anche i cinghiali, a meno che non si sia in possesso di una autorizzazione a scopo alimentare o di ripopolamento, rilasciata dalla Regione (Cass., sez. III, 9 aprile 2003, n. 16664), nonché i canguri, considerati pericolosi a prescindere da ogni valutazione sulla loro concreta nocività o sulle modalità di custodia (Cass., sez. III, 15 luglio 2005, n. 26127). Il terzo comma della presente legge prevede l’obbligo, per coloro che al momento dell’entrata in vigore della stessa siano in possesso di una di queste specie, di fare denuncia alla prefettura entro 90 giorni. Successivamente, con decreto legge del 3 luglio 2003, n. 159, convertito in legge 213/03, si è fatto rientrare nella nozione di “animali pericolosi”, colmando così il vuoto legislativo della legge precedente, tutti gli esemplari vivi di aracnidi selvatici, ovvero provenienti da riproduzioni in cattività. Tale decreto legge, al secondo comma, vieta la detenzione, la commercializzazione, l’importazione o l’esportazione delle specie di aracnidi sopra indicate, e impone l’obbligo a chi le detenga al momento dell’entrata in vigore del presente decreto, di presentare denuncia entro 90 giorni.

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